C’era una volta (una ragazza e il suo sogno)

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C’era una volta Studio Uno e c’era, una volta, anche una giovane di provincia che, come le protagoniste di quella fiction, sognava di entrare a Via Teulada, anche solo dalla porta secondaria.
Non starò qui a discutere delle fiction in se, se la storia fosse calzante o meno, se le tre giovani attrici abbiano recitato bene o meno, se le ricostruzioni storiche fossero pertinenti o no. Ieri dopo la prima puntata della miniserie di Rai1 ho letto alcune recensioni talmente trancianti, che mi sono chiesta il perché a me fosse piaciuta così tanto da attendere con trepidazione la seconda puntata.

Ebbene al di là di tecnicismi e critiche televisive da strapazzo, ho apprezzato “C’era una volta Studio Uno” perché mi ha fatto vivere un sogno. Benché fosse ambientato almeno 20 anni prima che nascessi (caspita solo 20??!!), e io quel mondo di Mina, delle Kessler, delle Mille bolle blu, delle prime 500 e dei tram di legno abbia potuto vederlo solo attraverso immagini di repertorio, l’entusiasmo e la passione di Giulia (una delle coprotagoniste interpretata da Alessandra Mastronardi), sono gli stessi che ho io.
Il suo stupore e la sua curiosità nell’entrare in questa scatola magica, nel vederla nascere e crescere, la sua voglia di evolvere e di affermarsi, di contribuire alla nascita di un prodotto televisivo, sono certa, sarebbero stati gli stessi che ci avrei messo anch’io.

Solo che la Giulia della fiction era nata più o meno a metà degli anni ’30, come mia nonna, e a differenza di mia nonna era una ragazza di città e aveva potuto frequentare le scuole superiori. La Rai era nata solo 7 anni prima, era una bambina, e la gente pensava ancora che lavorare in tv o per la tv fosse un passatempo più che un lavoro. Una ragazza poi, in un epoca in cui a 25 anni le donne avevano altro a cui pensare, era raro che perdessero tempo a fare colloqui per entrare in quel luogo di perdizione che era la televisione.
A quei tempi se una giovane donna di 25 aveva gli attributi invece, faceva il colloqui, lo superava con umiltà ed entusiasmo, e dall’ufficio opinioni (una sorta di centralino dove si facevano sondaggi sul gradimento dei programmi) aveva la possibilità di diventare la segretaria di produzione del programma di Falqui.

Erano gli anni 60, c’era la meritocrazia (c’erano anche i raccomandati per carità), ma soprattutto c’era la possibilità di tentare. Quella che forse è mancata a chi è nato due decenni dopo, il tentativo, l’occasione di presentarsi dicendo “mettetemi alla prova”, senza pensare che quelle porte fossero sbarrate o irraggiungibili senza compromessi e scorciatoie.
Io pensavo che varcare la porta di Via Teulada, di Viale Mazzini o di Saxa Rubra sarebbe stato possibile, con lo studio prima, con la gavetta e l’impegno poi, che come Giulia, avrei potuto dimostrare quello che valgo e che quella era l’unica strada percorribile per me.
Ora so che non era l’unica, ma sarebbe stata la migliore; la strada per cui avrei potuto lavorare anche 12 ore al giorno e non sentirmi stanca, su cui avrei chinato più volentieri la testa per poi alzarla con ancora più voglia e dignità di prima, quella per cui sarebbe valsa la pena rinunciare ad un’uscita, ad un compleanno, ad un week end.

Ora parcheggio la macchina di fronte a Via Teulada, passo spesso di fronte al cavallino di Viale Mazzini e mi capita di passare a Saxa Rubra quando vado fuori città…beh ogni volta che succede penso a come sarebbe stato se le mie sliding doors avessero scorso in altro modo, se adesso avessi la mia scrivania in uno di quegli uffici, se avessi un programma da seguire, se fossi stata Giulia insomma. Non esserlo e non esserci mi fa dire grazie a prodotti come “C’era una volta Studio Uno” per avermi fatta stare qualche ora dietro le quinte.

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