Valencia, il salotto di Spagna

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Se Valencia fosse un cibo per me non sarebbe una Paella, sarebbe un bocadillo. Si, avete capito bene, uno di quei bei panini farciti che solo gli spagnoli sanno fare, pieni, allegri, colorati.
Perché Valencia sa essere piena di un sacco di cose ma al tempo stesso molto semplice. E’ la terza città della Spagna, ma a differenza di Madrid e di Barcellona, ti sembra quasi di essere in un paesotto, quasi fosse un grande salotto con tanti divani e poltrone per accogliere più ospiti possibile. Continua a leggere

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Anche se non c’è il sole…

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Guida personale e personalizzata alla visita di Copenaghen

Da sempre affascinata dai paesi nordici, sono riuscita finalmente a porre la mia bandierina in Scandinavia, anche se dai tempi delle elementari il mio sogno è sempre stato quello di mettere piede in quella grande penisola a forma di orso buono. D’altronde i miei lineamenti, che da piccola erano ancora più marcati, mi hanno sempre spinto a pensare che nelle mie vene scorresse una goccia di sangue vichingo 😀
E per tutti questi motivi ho deciso che fosse arrivato il momento di andare. Anche se non lì non c’è il sole, anche se ci speravo che per me avrebbe fatto uno strappo alla regola e fosse uscito. E il sole non c’era davvero, anzi c’era la pioggia, a tratti mista a neve, anche se era fine aprile. Però nei pochi momenti in cui s’è affacciato, tra quelle nuvole che mi sembravano più grandi e più bianche delle nostre, era un sole bello e puro e me lo sono goduto tutto.
Quando è uscito la prima volta, ero proprio a Nyhavn, il canale dalle casette colorate, quello delle barche e dai velieri attraccati. E lì proprio nell’istante in cui il sole è uscito mi sono innamorata di tre casette dai toni pastello, gialla, rosa e celeste. A quanto pare, sotto quel raggio di sole, anche loro devono essere state colpite da me, visto che rivedendomi nelle foto mi stanno bene come un abito cucito addosso.

Inebriata dalla città, dalla gente, dalle bici, come spesso mi accade ad un primo approccio con un posto nuovo, non riuscivo a rendermi conto di come si sviluppasse la città, di dove fosse cosa, di cosa avrei voluto vedere e come organizzare le tappe (si sa che avendo a disposizione solo pochi giorni bisogna condensare il tempo). Così ho coinvolto la mia cricca (al secolo il mio ragazzo, mio cugino e la sua ragazza) in un giro in battello semi-coperto, basso e largo, così da poter passare agilmente sotto i ponti e tra i canali, riscaldato e coperto da una struttura trasparente…ah che bellezza quando, durante la navigazione, di un’ora circa, la luce penetrava a riscaldarmi e a coccolarmi!

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Anche o proprio perché non c’era il sole, approfittiamo di uno dei due street food market della città, quello meno fighetto e meno centrale, il Papiroeen, un ex fabbrica convertita a mercato si trova veramente di tutto; io da patita di salmone e avocado, ho trovato in tutti i sensi pane per i miei denti!
Dal Papiroeen raggiungere il centro di Christiania è un attimo, e dopo aver aiutato una casa galleggiante a compiere le proprie manovre d’attracco e aver atteso che un modernissimo ponte levatoio si chiudesse, eccoci proiettati nel luogo di perdizione per eccellenza della capitale danese. Personalmente io oltre alla foto con murales di fate e folletti ho apprezzato ben poco di questo regno del proibito, ma sono rimasta piacevolmente colpita dalla nuova zona residenziale vicino al canale, per cui consiglio vivamente una visita durante il giorno.

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 Anche se non c’è il sole a Copenaghen capita di passeggiare e trovare tappeti elastici free sui marciapiedi, roba che quand’ero piccola credo che i miei devolvessero circa il 15% del loro stipendio per farmi saltare là sopra,  e allora ritorni bambina, e anche se tu avresti preferito saltare sotto il sole, il vento ti scompiglia i capelli e ti senti tremendamente libero. Speri esca il sole quando cammini tra gli alberi in fiore attorno ad Amalienborg, ma sono talmente belli e curati che lo sarebbero illuminati da qualsiasi luce.

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Poi capita di voler entrare in un museo per ripararti dalla pioggia e dal freddo e invece ti imbatti in una delle biblioteche più belle che abbia mai visto, la Royal Library, e rimani esterrefatto di come architettura antica e moderna, qui e solo qui, sappiano fondersi così perfettamente. Passi un’ora nella biblioteca, cerchi di comprendere, quasi fino a penetrare lo stile di vita di quegli studenti che ai tuoi occhi sembrano così smart e scanzonati, così lontani dagli stereotipi. E proprio in quel momento quel raggio di sole così timido che entra prepotentemente dalla parete vetrata ti sembra il raggio di sole più potente che mai, e allora ti ributti in strada e te lo prendi tutto quel sole “freddo”.

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Ti viene persino voglia di andare in bicicletta, tanto più se ti trovi, uscita dalla metro, all’ingresso di in uno dei parchi più belli, quello di Frederiksberg, appena fuori dal centro città. Così anche se non c’è il sole, speri che per tutta l’ora successiva la pioggia ti grazi, e abbastanza* semplicemente affitti le biciclette bianche messe a disposizione dal comune. Anche se non c’è il sole e ha iniziato a piovere, goffamente rispetto agli atletici danesi entri baldanzoso nel parco fino all’alt del guardiano che ti urla “No bike!” into the park ovviamente :/
Ma a te che importa, sei in uno dei quartieri meno turistici e più ferventi della città e ti vien voglia persino di fermarti alla vetrina di un’agenzia immobiliare e ti metti a far due conti (con cambio valuta incluso) sul costo delle case.

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C’è il sole quando decidi di salire sulla Rudentaag, letteralmente torre rotonda, per godere di una vista che non ti peserà in valigia ma ti poeterai a casa al tuo ritorno….e quella vista ti fa dire “cavolo, però col sole è tutta un’altra cosa!”

Tram giallo e brezza atlantica: la mia contro-guida di Lisbona

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Il primo post dell’anno lo dedico a Lisbona, una città che ho profondamente sognato e, ora che sono appena ritornata, profondamente amato. Avevo in programma, prima dell’estate, di farmi un giro del Portogallo on the road con le mie amiche, instancabili compagne di viaggio, sostando qualche giorno ovviamente nella capitale. Poi quello che di lì a breve mi avrebbe fatto capitolare mi ha fortemente sconsigliato perché secondo lui non sarebbe stata la vacanza rilassante all’insegna del mare e del sole, che invece noi cercavamo. E devo dire che un po’ aveva ragione. E poi forse questa città, i suoi miradouro romantici e quei tramonti mozzafiato da Praça do Comércio, hanno tutto un altro sapore se ammirati in coppia.

Credo che a nessuno di voi alla lettura interessi un’ulteriore guida di Lisbona, ve ne sono tantissime in commercio e altrettanti sono i post sul web. Io personalmente ho usato una Lonley Planet Poket, con la quale mi sono trovata abbastanza bene, vuoi perché era talmente piccola e leggera da non pesarmi troppo nella borsa, vuoi perché visti i pochi giorni a disposizione si è dimostrata adeguatamente smart . Unico neo, alcuni dei consigli gastronomici-culinari. Io che proprio non ci sto a toppare sui ristoranti, per la prima volta in vita mia mi sono ritrovata a nascondere cibo nel tovagliolo e cestinarlo in bagno per evitare che ogni volta il cameriere passasse a chiedermi, in portoghese, perché non avessi finito il cibo, roba che neanche mia nonna quando mi preparava il pranzo dopo la scuola elementare (forse perché non capitava mai che lo lasciassi nel piatto?!).

Sventura del primo giorno a parte devo dire che pochi sono stati i luoghi che già dopo le prime ventiquattrore mi hanno fatto sentire così integrata. Insomma arrivi che ti senti una straniera nel senso letterale del termine e magia vuole che in così poco tempo ti sembra di conoscere tutto del posto, e ciò che non conosci non hai paura di scoprirlo.
Non mi sono sottratta alle classiche cose che un turista che si rispetti deve fare, come montare e fare un giro sul famoso tram giallo, il numero 28. Io che sono impaziente di natura ho fatto quasi un’ora di fila per salirci su;  siamo persino riusciti a conquistarci i posti a sedere vicino al finestrino, insieme ad una coppia di cinquantenni cremaschi coi quali discorrevamo dei mali del nostro paese, ma appena ho potuto me la sono data a gambe. Mi sembrava sprecato essere lì seduti a scattare foto quando avremmo potuto liberamente scorrazzare per i vicoli, toccarli con mano e scoprirne altri altrettanto belli. E così da brava dittatrice tour leader, ho fatto.
Mi sarei persa per esempio il Parlamento, che come palazzo in se non è che un granché, il suo fascino lo acquista perché è talmente imponente, come vuole la tradizione per palazzi del genere in tutte le capitali del mondo, da essere unico al mondo, specie se accostato a quei vicoli ripidi con le vecchiette che vi arrancano e a una casa tutta colorata che gli strizza l’occhio in maniere quasi impertinente. Ed io ero così piccola fotografata in mezzo alle guardie impettite di fronte all’entrata!
Non sono particolarmente amante dei quartieri definiti “della vita notturna”, come San Lorenzo a Roma e il Bairro Alto a Lisbona. Suggestivo il quartiere, ma mi infastidiscono i tipi loschi che vi girano indisturbati ad offrire droga ai passanti, per lo più turisti, oppure perché no, proporre prima un ristorante e poi un po’ di bamba come la chiamano loro. Evitati accuratamente ristoranti “suggeriti” per strada, dopo un’attenta quanto fortuita ricerca, troviamo un posto che è il giusto compromesso tra l’autentica cucina portoghese e l’intimità e la ricercatezza che mi piace ci sia in un locale: la trovo in un posticino che si chiama Artis e che mi sento vivamente di consigliare.  Così come credo valga veramente la pena fare una fila simile a quella che si fa per entrare ai Musei Vaticani o agli Uffizi (io una fila così per cenare non l’avevo mai fatta, però scorre velocemente) per mangiare un pescado davvero ottimo alla Cervejaria Ramiro.

Ho ammirato uno degli ultimi tramonti più belli del 2014 dal lungofiume con lo sguardo rivolto verso il Ponte 25 aprile, che tanto, insieme ai vicoli impervi e ai tram, m’ha fatto venire in mente San Francisco e accresciuto la voglia che ho di visitarla. Ho visto la Torre di Belem in una mattinata talmente uggiosa che mi sembrava di essere tornata in Scozia anziché essere in Portogallo. Mi sono riparata al Museu Colecção Berardo e sono rimasta ammaliata, come in ogni luogo di cultura, dall’arte che vi era contenuta e dal fatto che fosse così poco rinomato. Sono entrata per la prima volta in vita mia in un grande stadio, il Da Luz, cercando di pensare a tutti coloro che tra 100 o tra 1000 anni lo visiteranno come se fosse il Colosseo. Sono ripartita con la voglia di fare una passeggiata in bici lungo il Tago e col desiderio di mangiare un Pasteis de Nata a Principe Real. C’è un motivo per cui l’ho fatto: avere la scusa per poter ritornare, magari in estate, magari facendo da tour leader ad un folto gruppo, amiche comprese.