Le donne lo sanno

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Le donne lo sanno. Sanno già da piccole quanto il rosa sia un colore delicato, quanto le gonnelline e i fiocchetti siano tanto carini ma più scomodi da portare rispetto ai bermuda. Sanno che la loro esistenza in quanto donne sarà sempre così, sempre allo specchio, sempre su un piedistallo, sempre da ammirare, sempre da agghindare, ma che sarà sempre più scomoda di quella dei maschi.

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Mi dispiace. Non posso. Non odiarmi.


Ma dico io, se proprio volete essere uptodate almeno usate le note vocali. Certo dovrete preparavi bene il discorsetto di 30 secondi ma almeno non avrete possibilità di replica, e la vostra dolce/amara metà potrà ascoltare dalla vostra voce il motivo per cui la state scaricando.
Oppure potreste usare Periscope, assicurandovi che la metà in questione stia seguendo la diretta del vostro canale, dopo che siete spariti avendo lasciato come ultimo segnale di vita una spolliciata della sua nuova immagine di profilo.
Si perché a rendervi cattivi ai nostri occhi non sono le parole pronunciate ma proprio quelle non dette. Quelle che dalla vostra bocca, che tante promesse e progetti ha sfornato, e che oggi, appena una settimana dopo aver pronunciato un’ipotetica data per i fiori d’arancio con noi, non riesce a tirar fuori né il rancore né a decretare la fine di un sentimento.

Che poi detto tra noi, probabilmente a voi non frega una cippa di apparire perfidi e ignobili e di lasciarci almeno un bel ricordo, se non quel solitario da un carato col quale ci avevate fatto quella famosa proposta di matrimonio, voi non volete proprio apparire. E delegate qualcosa che dovreste fare voi a qualcun altro o, ancor peggio, qualcos’altro. Delegate l’uscita di scena dalla vostra vita di quella che fino ad una settimana fa era la vostra promessa sposa a WhatsApp o a Facebook. L’aveste delegata quantomeno alla persona fisica di Mark Zuckerberg una avrebbe pensato che un minimo vi eravate scomodati.
Invece no,  con messaggi di una brevità assoluta, che con quel numero di caratteri mentre ci stavate  conquistando (a questo punto meglio dire abbindolando) al massimo ci dicevate “Si, ok ti aspetto in macchina”, ponete fine a qualcosa che ormai per voi è talmente un fardello da non poter proprio rimandare.

Non potete prendere in mano il vostro smartphone, che di solito è praticamente un tutt’uno con la vostra mano destra e che oggi improvvisamente vi pesa, e  farci una telefonata. E lì anche buttarci addosso tutto il vostro veleno, le vostre recriminazioni, le vostre delusioni, o ‘semplicemente’ dirci a voce “Basta, non sono più innamorato di te”.  Purché diciate qualcosa.
A volerci allargare potreste anche chiedere di vederci  e dircelo a voce, ma si mi rendo conto che lì rischiereste di essere agguantati con le unghie, a meno che non veniate a dircelo dall’estetista mentre ci sta mettendo il semipermanente  (sempre che sia prima o durante il passaggio al fornetto).

Per doloroso che possa essere, almeno in maniera univoca, c’è sempre un buon modo per rompere con qualcuno e non include la messaggistica istantanea. Ma neanche quella in differita come è successo ad una Carrie anni ’90 mollata tramite post-it. Diciamo che non include proprio l’uso di messaggistica.
Perché forse oggi anche Berger avrebbe digitato quattro parole sulla chat chiedendo di essere dispiaciuto e non odiato. Perché non era neanche tanto colpa sua, ma lui proprio non poteva, non poteva avere gli attribuiti per dirglielo in faccia, semplicemente perché non ci li aveva.

Perché forse oggi anche Berger avrebbe digitato quattro parole sulla chat chiedendo di essere dispiaciuto e non odiato. Perché non era neanche tanto colpa sua, ma lui proprio non poteva, non poteva avere gli attribuiti per dirglielo in faccia, semplicemente perché non ci li aveva.

Gelosia retroattiva

Premetto che l’espressione “gelosia retroattiva” non è stata coniata da me. E lo dico non tanto per lavarmene le mani e tenermi fuori da questo inspiegabile fenomeno, quanto a dimostrazione del fatto che non sono la sola a soffrirne. A coniare l’espressione è stata una mia cara amica che durante un’immancabile conversazione giornaliera su WhatsApp si chiedeva e mi chiedeva il perché in ogni relazione più seria che le si presentava dovesse essere turbata da fantasmi del passato.

Parliamoci chiaro, non c’è donna, di qualsiasi estrazione, età, livello culturale che non sia corrosa dalla curiosità e al tempo stesso infastidita ai limiti del corrosivo, dalla figura della ex.
Non importa a quanto tempo prima risalga la relazione con il proprio attuale “lui”, se l’ex in questione è stata l’ultima prima di noi a sedersi sulla sua macchina, a trascorrere con lui le vacanze estive con relative foto sulla spiaggia, a festeggiare Capodanni, compleanni, Pasque, pasquette e feste varie, ad uscire con i suoi amici: ecco lei è il nemico da sconfiggere.
E così ci chiediamo se nel giorno del suo compleanno lui le fa ancora gli auguri quando magari siamo le prime noi a farli all’ex di una vita con cui non abbiamo litigato ma con cui ci siamo semplicemente lasciate. Forse ci converrebbe prima analizzare il termine “lasciarsi”.
Sul dizionario della Treccani alla voce del verbo lasciare si trova scritto: “Smettere di tenere, o di stringere, di reggere, di premere”.
E’ proprio tutto racchiuso qui quel che accade quando si decide di lasciare qualcuno o qualcuno decide di lasciare noi. Si smette di tenersi e di stringersi, sia nel senso pratico che nel senso più astratto del termine. Se lo stesso verbo si applica ad un oggetto diventa tutto più chiaro, perché quando si smette di tenere un oggetto in mano questo cade per terra e va per la sua strada, non importa come, se inizia a rotolare, se si rompe o se semplicemente rimane fermo lì. O magari vola via come un palloncino. Io sempre mi chiedo che fine faccia, ma poi appena scompare dalla mia vista non ci penso più.
Proprio come le persone che dopo aver smesso di reggere o di esser retti da qualcuno, di stringere o di esser stretti, attuano reazioni e comportamenti differenti. C’è chi rotola, chi si rompe e chi rimane fermo lì. Mentre l’altro va, prende la sua strada o magari anche lui rotola, si rompe o rimane fermo. Ma sempre su un’altra strada.
E capita che su quella strada incontri qualcun altro e quel qualcun altro siamo noi e si inizia a rotolare insieme e forse anche a stringersi prima e a reggersi poi. Si viene scelti e non perché migliori ma semplicemente diversi da qualcosa che prima si è lasciato andare.
Dovremmo imparare a capirlo questo concetto apparentemente semplice quando in preda a raptus di gelosia retroattiva vorremmo distruggere tutto ciò che ricorda anche solo lontanamente l’ex. Comprese quelle foto sulla spiaggia o un regalo di compleanno.
D’altronde, parliamoci chiaro, chi lo vorrebbe in età adulta, un compagno che non sia mai stato in grado di tenere, stringere, reggere qualcun altro oltre a se? Io onestamente no.

Fenomeno selvaggio

Non capita a tutti di essere provviste dalla nascita di un nome che è già un nome d’arte. Se poi capita anche di essere dotate di un aspetto più che gradevole corredato da una quarta di reggiseno, il gioco è fatto. Si, se il tuo scopo è fare la soubrettina o molleggiare con la suddetta fornitura di fronte alle telecamere di qualche reality di seconda mano. Che poi anche lì secondo me un po’ di testa ci vuole. Non escludo per esempio che Belen Rodriguez possa avere un QI di poco inferiore a quello di Margherita Hack. Diciamo che non credo si possa avere successo, in nessun campo, seppur aiutati da bellezza, fortuna e spintarelle varie, se non si ha la testa. Ecco lei, Selvaggia Lucarelli, la testa ce l’ha. E il fatto che su quella testa abbia dei lunghi capelli castani fluenti che lei dice di farsi mettere in piega dai cinesi, e due zigomi sempre incipriati di blush color pesca, non è altro che l’ennesima prova di quanto quella testa funzioni bene.
Lei il blog non l’ha aperto nel 2012, lei il blog lo ha aperto nel 2002. All’epoca Chiara Ferragni avrà finito si e no le elementari e l’unico diario che usava era quella della compagna di banco su cui scriveva Tvtb.
Selvaggia, mai nome fu più esatto, è colei che si può permettere di intaccare e ronzare come una zanzara nell’orecchio di sfingi televisive del calibro di Barbara D’Urso, Simona Ventura, Cristian De Sica, Sandro Mayer, di andare a portare scompiglio dove di solito tutto è calibrato al massimo con lo scompiglio dei capelli di Milly Carlucci. Tutti la querelano, la evitano, le danno della sciacquetta, ma lei non la ferma nessuno. Più la querela arriva da un untouchables dello star system più lei si fomenta. E scrive un libro. E gira l’Italia intera per presentarlo. E mentre presenta, firma autografi e sorride ai flash, incontra anche l’amore. E mostra e dimostra che è umana anche lei, ma non un’umana qualsiasi, perché mentre dilaga la moda del toy boy lei batte tutte anche li. Il suo toy boy non è un modello tutto muscoli e capello impomatato, il suo toy boy, oltre ad essere un gran bel figliolo, è l’unico esemplare di sesso maschile che a 24 anni ragiona come uno di 42, che cura la comunicazione del PD di Bologna con la stessa maestria e nonchalance con cui due estati fa curava le pr del Cocoricó di Riccione. Fornisce materiale apparentemente semplice per farsi criticare da un’ex ragazza di Non è la Rai e dal tronista caduto in malora. Intanto lei è sempre più selvaggiamente sulla cresta dell’onda, tanto da essere chiamata ad animare programmi ansimanti della domenica pomeriggio, neanche fosse la teina nel the delle cinque.
E lei in quelle foto sempre ammiccanti continua a guardarti come se ti dicesse che mi importa del mondo!

Paradisiache visioni

Esiste un tempo e uno spazio in cui tutto è candido e rarefatto, in cui tutto è incantevole e assume toni pastello. Quasi fosse un mondo a parte, un mondo incantato. E’ il mondo di Instagram, o meglio di certi profili Instagram. Si perché forse ogni profilo sul social network fotografico, assomiglia un po’ a chi lo cura.

Ce ne sono certi cupi e confusionari, alcuni pieni di frasi rubacchiate qua e là, altri fatti di selfie e foto di braccialetti e chincaglierie varie.
Sono sincera io Instagram lo adoro. Sarà perché è diventato la nuova frontiera del vouyerismo, un voyerismo lecito però, che ha sdoganato un sacco di remore dalla Finestra sul cortile di Hitchcock in poi.
Tutti ci sentiamo un po’ artisti in quel marasma di finestrelle colorate che compongono il puzzle delle nostre foto. Ma parliamoci chiaro, non è proprio così.
Io le mie “artiste” lì sopra le ho trovate. Non so se è un caso che siano tutte donne. Sono per me la nuova espressione della fotografia contemporanea, un poker d’assi dell’istantanea social.
Si tratta di quattro Bloggers/Instangramers in gonnella che rispondo ai nomi di: elena_grazia_it, sonia_grispo e valentina_grispo, silcre.
Il loro stile pur differenziandosi in alcune caratteristiche è a metà tra lo shabby chic e la nouvelle vague, dove la luce, il bianco e i colori si fondono e si confondo per dare vita ad un so che di onirico.
C’è un problema però. Ogni volta che apro il social e scorro le loro foto, la mia autostima sprofonda. A partire dalla colazione. Le loro petit déjeuner, anche se mangiano solo latte e cereali, sembrano quelle di Marie Antoinette, fatte di tazze meravigliose e tovagliette decor. Io nel frattempo mangio una merendina mentre da casa raggiungo il lavoro a piedi. Passiamo poi alla mattina lavorativa. Loro scorrazzano tra Milano, Roma e Catania in mise eleganti, ricercate e particolari e si fanno foto in angoli della città con in dosso l’ultima tendenza del momento beccate nella loro posa migliore proprio, guarda caso, mentre passava un venditore di palloncini pastello; io sto tutto il giorno chiusa in un open space a discutere col vicino di scrivania sull’apertura o meno della finestra. E vi assicuro che da quella finestra non si vede fiori color pastello, ma un muro beige. Ecco i fiori. Loro si comprano peonie e tulipani (da sole) e ci imbandiscono la tavola. Io a casa non credo neanche di avere un vaso. E le loro case sono meravigliose. Curate nei minimi dettagli, loro pensano già agli addobbi natalizi, io scorrazzerò la mattina del 24 dicembre alla ricerca dei regali e degli orpelli dell’ultimo secondo.
E che dire di quando si allenano o fanno sport…anche lì sono sempre perfette, sempre col sorriso sulla bocca anche dopo 10km, non sono né sudate né paonazze, e le loro mise sportive sono perfette. Anche se fluo anziché pastello. Il mare delle loro vacanze è sempre più celeste di quello delle mie, così come il verde dei loro prati e persino il grigio delle loro città è più grigio.
A scanso di equivoci, loro non vanno a serate mondane, se non ad incontri ed eventi a cui sono invitate a ricoprire un ruolo (e sono comunque sempre trendy e a loro agio). Loro prediligono le serate con gli amici, le cene buone, la compagnia giusta nel ristorante/locale giusto. E il cibo giusto, che fotografano sempre in maniera che salteresti nella foto per assaggiarlo. Che non è mai sopra le righe, proprio come loro. Io le seguo e le ammiro perché sono sempre entro le righe seppur con una loro identità e originalità.