L’appuntamento romano con Rendez-vous

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Quando il cinema chiama, Una vita a pois (appena può) risponde. Soprattutto se si tratta di cinema francese.
Non so esattamente perché ma noi italiani, non tutti sia chiaro, appena si nomina il cinema dei cugini d’oltralpe, tacciando loro di avere la puzza sotto il naso in realtà siamo i primi a storcerlo.
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La La post

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Faccio una serie di premesse che spero non suonino come giustificazioni.
Ho studiato cinema e ho preso 29/30 all’esame di scrittura creativa facendo una recensione su “Parla con lei” di Almodóvar. Però non amo particolarmente farne, anche perché dal 2003, anno in cui scrissi quella perla della critica cinematografica, ne è passata di acqua sotto i ponti, e il modo di interpretare, scrivere e ricercare notizie è completamente cambiato. Continua a leggere

Lettera al nuovo testimone del cinema italiano

Caro Pif,
anzi no voglio chiamarti con tuo vero nome, Pierfrancesco. Quindi ricomincio.
Caro Pierfrancesco,
volevo scriverti per ringraziarti. Ringraziarti di essere stato, qualche anno fa, testimone di un prodotto televisivo che ti viene voglia di vedere ancora oggi, magari in una giornata come questa, quando vorresti vedere qualcosa su Yuotube e il genere non lo sai nemmeno tu; per aver sviscerato con la tua handycam, argomenti, personaggi , più o meno seri, come fossi stato alla Vucciria di Palermo a scegliere gli ingredienti per la caponata; per aver fatto un pensierino su Eleonora Abbagnato, ma aver capito che non era aria (chissà che avrai pensato poi quando si è messa con Balzaretti), e invece non averci provato per niente con la Balti.
Grazie per aver deciso, un giorno, poi chissà come ti è venuta l’idea, di provare a posare la tua telecamerina da inviato, e fare un film. Un film vero, un lungometraggio. Renderti testimone di altro, rendere noi testimoni di altro, di qualcosa di bello. Forse per questo (e non solo per questo) noi dovremmo ringraziare anche Ettore Scola. Forse è stato lui ad aver visto in te il neorealista dei giorni nostri e ad incitarti.
E chi ti biasima. Hai fatto bene ad ascoltarlo e hai fatto bene a provarci.
Grazie perché con i tuoi toni comici e delicati, con i tuoi lungometraggi, dici qualcosa più pungente del fico d’india che cresce sulle scogliere della tua stupenda isola, alla quale ti ispiri sempre. Quell’isola aguzza e accogliente al tempo stesso che tanto ti piace narrare, come è giusto che sia. Si capisce che è per te una musa ispiratrice.
E come ogni grande regista che si rispetti a te piace averne, di muse intendo. Si capisce da questi tuoi primi lavori quanto tu ami la bellezza, quella vera, quella che non mente, ami le donne belle vere, che sono come la tua terra e che possano valorizzare al meglio quella terra e i tuoi film.
Ma proprio come i grandi  registi hai bisogno di una donna forte e determinata che sia tua fonte d’ispirazione nella tua vita di tutti i giorni.
Grazie per “La mafia uccide solo d’estate”, perché nel raccontarcelo hai avuto la delicatezza e il rispetto che solo un siciliano può avere e al tempo stesso l’amarezza e la fermezza  che solo un siciliano può avere.
Grazie per “In guerra per amore”, perché un po’ come Benigni mi fece commuovere fingendo di divertirsi nonostante il fucile puntato alle spalle, tu lo hai fatto in sella ad un asino che vola (pur sapendo che il pubblico italiano, almeno non tutto, agli asini che volano, ci crede poco).

Quando il cinema è passerella

adaline

Di film che hanno lanciato una moda ne abbiamo visti tanti. Mi viene in mente il tubino nero di Colazione da Tiffany indossato dall’icona Audrey Hepburn, solo per citarne uno. Ma in questo caso, come in tanti altri, l’abito cult era uno, come una era l’epoca a cui si ispirava.
Ci sono quei film lì e poi c’è “Adaline. L’eterna giovinezza”  o meglio c’è Blake Lively.

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