La rivincita di Katie/Carrie

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“La tua ragazza è adorabile, Hubble” – Carri e Mr. Big

Ieri sera mi sono imbattuta per caso in “Sex and the city – Il film”.
Anzi non è andata proprio così. Il mio ragazzo si è per caso imbattuto in “Sex and the city – Il film” mentre io ero in bagno e l’ha volutamente omesso, sbrigandosi a cambiare canale prima che me ne accorgessi.

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I 5 motivi per cui non posso credere che Belen sia attratta da Higuain

Ora non è che voglio dire che reputo Belen un’estimatrice del maschio come lo intendo io, quello considerato sobrio, con un po’ di barbetta incolta, con qualche tatuaggio magari errore di gioventù (ndr un quadrifoglio sbilenco in alto a destra sulla schiena), un pantalone che toh, poggia sulla scarpa.
Lei è sempre stata un po’ truzza nello scegliersi i compagni ed è sempre stata attratta da chi truzzo lo era di natura o aveva tutta la stoffa per diventarlo.
Già in tempi non sospetti Marco Borriello sembrava la versione demo di Mariano Di Vaio, Fabrizio Corona il Jack Sparrow de noantri e Stefano De Martino una bella tela bianca su cui spennellare la Santissima trinità e anche oltre.
Ma dopo aver letto un’indiscrezione secondo cui De Laurentis rilancia il possibile connubio argentino Higuain- Rodriguez  ho volutamente cercato quel tango incriminato che avrebbe fatto scoccare la scintilla e minato il matrimonio con De Martino.
Si diceva che la tensione e la passione fosse palpabile durante quel passo a due oriundo, che i due fossero tesi, emozionati e belli come il sole che squarcia il cielo della pampas argentina a dicembre.
Ebbene da non tifosa e poco appassionata di calcio, non avevo neanche bene a mente che faccia avesse Higuain, ricordavo bene il nome, Gonzalo, ma lo attribuivo ad un personaggio de “Il Segreto”, così ho aspettato ansiosa che entrasse in scena, e che cotanto ragazzone, portasse un’aurea di sano machismo tra un Giletti e un Bocelli. Invece si è materializzata davanti a me una grande delusione

…Ecco i 5 motivi per cui non ci posso credere che Belen stia con Higuain:

  1. Classe 1987. No non ci siamo, el Pipita avrebbe 28 anni ma con quelle zampette di gallina attorno agli occhi Belen gli avrebbe già prenotato una blefaroplastica da Urtis.
  2. Portamento A Belen piacciono gli spavaldi, i sicuri di se, quelli che col petto anziché stopparci una palla ci si fanno strada. Il suo ingresso sul palco è goffo e impacciato, non è da “uomo che non deve chiedere mai” ma da uno che sta per chiedere “permesso”
  3. Abbigliamento. Se uno si mette un completo o qualcosa che sia sulla stessa scala di colori, o la sceglie perfettamente uguale, un completo appunto, oppure si fa prestare il chiodo di pelle da De Martino, che almeno è un passepartout. Così no, non te se po’ vedè. E’ questo il punto: De Martino è un passepartout, è colui che dove lo metti sta e sta bene con tutto. Belen fa la vamp, lui le sta bene accanto, Belen fa la sportiva, idem. Higuain no, non ce la vedo Belen sugli spalti del San Paolo con la maglia del Napoli.
  4. Pantalone e scarpa. Potrebbe rientrare nella categoria abbigliamento, ma pantalone e scarpa ormai rappresentano un mondo a se, sempre più lontani e per questo sempre più vicini. Lui non voleva separarli così ingiustamente, è rimasto vago, ma per non sbagliare ha deciso che il calzino non sarebbe stato un ostacolo per loro. E Belen questo tipo di incertezza in uomo proprio non lo accetta. O il risvoltino o niente.
  5. Forma fisica. Anche questa categoria può essere inclusa o considerata una sottocategoria delle sopracitate Classe 1987 e Portamento. Voglio dire alla sua età e col lavoro che fa il caro Gonzalo, quell’accenno di pancetta che si intravede in trasparenza dalla camicia sblusata, è inammissibile. Senza nulla togliere agli impiegati (rientro anch’io ormai nella categoria), sembrava un impiegato dopo 8 ore alla scrivania. E dubito che a Belen piacciano gli impiegati.

Insomma questa love story per me non s’ha da fare, se c’è un Don Rodrigo faccia qualcosa per tener lontani i Renzo e Lucia della Patagonia.

Spos(t)arsi

Ci sono parole, termini, frasi che nell’arco di una vita possono assumere per noi significati e suscitare in noi emozioni e sensazioni diverse.

Alla soglia (anzi proprio proprio entrando visto che settimana prossima è il mio compleanno) dei 33 anni ce n’è una che in modo particolare mi fa sobbalzare dalla sedia: SPOSARSI.
Non si sa per quale assurda ragione ma alcune parole quando siamo piccoli le sentiamo spesso e ci sembrano innocue e naturali, ad un certo punto della nostra vita quasi musica per le nostre orecchie, tanto che quando le udiamo i nostri lobi e i nostri padiglioni auricolari si ringarzulliscono e si vestono a festa anche loro.
Poi ad un certo punto, il buio. Sposa che? Spo- sar-si. Oh my God! La tua compagna del liceo si sposa, tua cugina minore si sposa, la figlia sfigata di un’amica di tua madre idem, e tu che ti credevi fighetta e ambitissima stai lì a fissare lo schermo del tuo pc dove scorre a lato un banner che pubblicizza la nuova collezione di abiti da sposa di Jenny Packam. E questo può avere un solo significato: che almeno una  volta nell’arco degli ultimi 10-15 giorni tu di tua spontanea volontà un’occhiata gliel’hai data. Il perché non lo sai neanche tu ma una recondita e sommessa voglia di ricongiungere quella parola al tuo vocabolario usuale in fondo in fondo c’è.
E vai un po’ a ricacciare fuori la storia delle impostazioni culturali, dell’educazione, quelli legati alla religione.
Tu quella parola l’hai snobbata per anni, ma vuoi tua nonna che ti chiede di farlo presto così che lei, che non ti vede in bianco dalla Prima Comunione, possa commuoversi sull’altare prima che sia troppo tardi, vuoi quella tua lontana parente che non ti vede da anni e ti dice “ma come sei cresciuta…quanti anni hai?” e quando tu rispondi sorniona “32” (pensando che in realtà che venga carpito come un 16) ti guarda e non favella, sta parolina magica ti ronza nelle orecchio peggio della zanzara che alle 3 di notte.
Nel frattempo torni a casa da tua madre  e quella partecipazione della già citata cugina minore è lì sul mobile del salotto in bella vista, manifesto della tua noncuranza al tempo che passa e alla tua sfacciata presunzione di potertene fregare.  {Ma come non ti ricordi di quando tua cugina ora ad un passo dall’altare, imparava a parlare e tu facevi già le piroette sui pattini a 4 ruote? o quando tu andavi all’università e lei non aveva ancora neanche le chiavi per rincasare quando voleva? }

E allora dici vabbè me ne vado  e smetto di fissare le inziali intrecciate con un filo d’argento sulla busta della partecipazione di tua cugina e tu ti intrecci si, ma col traffico della metropoli. Lì mentre con una mano nella borsa e una sul volante cerchi di sbrigliare il tuo auricolare intrecciato a sua volta pure attorno alla tua catenina con l’inziale (la TUA, da sola), squilla il telefono. E’ il responsabile della tua società che ti convoca per un colloquio in sede. Sembra urgente. Corri come una pazza da un capo all’altro della città mentre intorno a te ci saranno centinaia di donzelle della tua età in trepidazione perché di qui a qualche giorno vanno a SPOSARSI, che corrono come te da un capo all’altro della città per definire trucco e parrucco, ritirare l’abito, fare la manicure.
Il tuo trucco e parrucco consiste invece in un po di lip gloss rosato e una scrollata a testa in giù ai capelli sotto l’ufficio del capo. Sali facendo finta di non essere trafelata e ti accolgono in una stanza simile a quella degli interrogatori della squadra mobile. E lì’ di fronte ad un pc e a qualche documento che porta il tuo nome ti propongono di cambiare. Ti propongono qualcosa che porta nel nome la parola indeterminato.
Insomma ti propongono di SPOSARE l’azienda. Finalmente qualcuno ti ha chiesto di sposarlo, è giunto il momento fatidico anche per te, e pur immaginandotelo diverso magari un po’ più romantico, accetti quasi incredula.

Poi esci un po’ scossa ti guardi allo specchio dell’ascensore e la tua gioia iniziale si trasforma in un “Oddio, e adesso che faccio? Questi mica mi vorranno intrappolare così? Io non mi sono fatta intrappolare mai, anzi si dal tacco nel sampietrino l’altra sera a Trastevere, e questi mi fanno sposare l’azienda a tempo indeterminato?! Ma se neanche la luce pulsata che faccio alla gambe riesco a definirla epilazione permanente?”.
Così entri in macchina e nel lungo tragitto che ti separa da casa e pensi che forse è arrivato il momento di non trovare più scuse per scappare, che poi tanto se scappi dalle cose, corri sempre il rischio che il tacco ti si ficchi nel sampietrino. Che poi spesso neanche si ha il coraggio di scappare, il più delle volte ci si sposta, giusto un po’ più in là per non farsi prendere.

Mi dispiace. Non posso. Non odiarmi.


Ma dico io, se proprio volete essere uptodate almeno usate le note vocali. Certo dovrete preparavi bene il discorsetto di 30 secondi ma almeno non avrete possibilità di replica, e la vostra dolce/amara metà potrà ascoltare dalla vostra voce il motivo per cui la state scaricando.
Oppure potreste usare Periscope, assicurandovi che la metà in questione stia seguendo la diretta del vostro canale, dopo che siete spariti avendo lasciato come ultimo segnale di vita una spolliciata della sua nuova immagine di profilo.
Si perché a rendervi cattivi ai nostri occhi non sono le parole pronunciate ma proprio quelle non dette. Quelle che dalla vostra bocca, che tante promesse e progetti ha sfornato, e che oggi, appena una settimana dopo aver pronunciato un’ipotetica data per i fiori d’arancio con noi, non riesce a tirar fuori né il rancore né a decretare la fine di un sentimento.

Che poi detto tra noi, probabilmente a voi non frega una cippa di apparire perfidi e ignobili e di lasciarci almeno un bel ricordo, se non quel solitario da un carato col quale ci avevate fatto quella famosa proposta di matrimonio, voi non volete proprio apparire. E delegate qualcosa che dovreste fare voi a qualcun altro o, ancor peggio, qualcos’altro. Delegate l’uscita di scena dalla vostra vita di quella che fino ad una settimana fa era la vostra promessa sposa a WhatsApp o a Facebook. L’aveste delegata quantomeno alla persona fisica di Mark Zuckerberg una avrebbe pensato che un minimo vi eravate scomodati.
Invece no,  con messaggi di una brevità assoluta, che con quel numero di caratteri mentre ci stavate  conquistando (a questo punto meglio dire abbindolando) al massimo ci dicevate “Si, ok ti aspetto in macchina”, ponete fine a qualcosa che ormai per voi è talmente un fardello da non poter proprio rimandare.

Non potete prendere in mano il vostro smartphone, che di solito è praticamente un tutt’uno con la vostra mano destra e che oggi improvvisamente vi pesa, e  farci una telefonata. E lì anche buttarci addosso tutto il vostro veleno, le vostre recriminazioni, le vostre delusioni, o ‘semplicemente’ dirci a voce “Basta, non sono più innamorato di te”.  Purché diciate qualcosa.
A volerci allargare potreste anche chiedere di vederci  e dircelo a voce, ma si mi rendo conto che lì rischiereste di essere agguantati con le unghie, a meno che non veniate a dircelo dall’estetista mentre ci sta mettendo il semipermanente  (sempre che sia prima o durante il passaggio al fornetto).

Per doloroso che possa essere, almeno in maniera univoca, c’è sempre un buon modo per rompere con qualcuno e non include la messaggistica istantanea. Ma neanche quella in differita come è successo ad una Carrie anni ’90 mollata tramite post-it. Diciamo che non include proprio l’uso di messaggistica.
Perché forse oggi anche Berger avrebbe digitato quattro parole sulla chat chiedendo di essere dispiaciuto e non odiato. Perché non era neanche tanto colpa sua, ma lui proprio non poteva, non poteva avere gli attribuiti per dirglielo in faccia, semplicemente perché non ci li aveva.

Perché forse oggi anche Berger avrebbe digitato quattro parole sulla chat chiedendo di essere dispiaciuto e non odiato. Perché non era neanche tanto colpa sua, ma lui proprio non poteva, non poteva avere gli attribuiti per dirglielo in faccia, semplicemente perché non ci li aveva.

Gelosia retroattiva

Premetto che l’espressione “gelosia retroattiva” non è stata coniata da me. E lo dico non tanto per lavarmene le mani e tenermi fuori da questo inspiegabile fenomeno, quanto a dimostrazione del fatto che non sono la sola a soffrirne. A coniare l’espressione è stata una mia cara amica che durante un’immancabile conversazione giornaliera su WhatsApp si chiedeva e mi chiedeva il perché in ogni relazione più seria che le si presentava dovesse essere turbata da fantasmi del passato.

Parliamoci chiaro, non c’è donna, di qualsiasi estrazione, età, livello culturale che non sia corrosa dalla curiosità e al tempo stesso infastidita ai limiti del corrosivo, dalla figura della ex.
Non importa a quanto tempo prima risalga la relazione con il proprio attuale “lui”, se l’ex in questione è stata l’ultima prima di noi a sedersi sulla sua macchina, a trascorrere con lui le vacanze estive con relative foto sulla spiaggia, a festeggiare Capodanni, compleanni, Pasque, pasquette e feste varie, ad uscire con i suoi amici: ecco lei è il nemico da sconfiggere.
E così ci chiediamo se nel giorno del suo compleanno lui le fa ancora gli auguri quando magari siamo le prime noi a farli all’ex di una vita con cui non abbiamo litigato ma con cui ci siamo semplicemente lasciate. Forse ci converrebbe prima analizzare il termine “lasciarsi”.
Sul dizionario della Treccani alla voce del verbo lasciare si trova scritto: “Smettere di tenere, o di stringere, di reggere, di premere”.
E’ proprio tutto racchiuso qui quel che accade quando si decide di lasciare qualcuno o qualcuno decide di lasciare noi. Si smette di tenersi e di stringersi, sia nel senso pratico che nel senso più astratto del termine. Se lo stesso verbo si applica ad un oggetto diventa tutto più chiaro, perché quando si smette di tenere un oggetto in mano questo cade per terra e va per la sua strada, non importa come, se inizia a rotolare, se si rompe o se semplicemente rimane fermo lì. O magari vola via come un palloncino. Io sempre mi chiedo che fine faccia, ma poi appena scompare dalla mia vista non ci penso più.
Proprio come le persone che dopo aver smesso di reggere o di esser retti da qualcuno, di stringere o di esser stretti, attuano reazioni e comportamenti differenti. C’è chi rotola, chi si rompe e chi rimane fermo lì. Mentre l’altro va, prende la sua strada o magari anche lui rotola, si rompe o rimane fermo. Ma sempre su un’altra strada.
E capita che su quella strada incontri qualcun altro e quel qualcun altro siamo noi e si inizia a rotolare insieme e forse anche a stringersi prima e a reggersi poi. Si viene scelti e non perché migliori ma semplicemente diversi da qualcosa che prima si è lasciato andare.
Dovremmo imparare a capirlo questo concetto apparentemente semplice quando in preda a raptus di gelosia retroattiva vorremmo distruggere tutto ciò che ricorda anche solo lontanamente l’ex. Comprese quelle foto sulla spiaggia o un regalo di compleanno.
D’altronde, parliamoci chiaro, chi lo vorrebbe in età adulta, un compagno che non sia mai stato in grado di tenere, stringere, reggere qualcun altro oltre a se? Io onestamente no.