L’appuntamento romano con Rendez-vous

rendez

Quando il cinema chiama, Una vita a pois (appena può) risponde. Soprattutto se si tratta di cinema francese.
Non so esattamente perché ma noi italiani, non tutti sia chiaro, appena si nomina il cinema dei cugini d’oltralpe, tacciando loro di avere la puzza sotto il naso in realtà siamo i primi a storcerlo.
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O la va, o la spacca

Se c’è una cosa che mi fa impazzire recita una canzone di Mina. Ecco se c’è una cosa che mi fa impazzire (e non ce n’è una sola) sono i gruppi di categorie che seminano ansia e terrore.
Quelli composti da secchioncelli che si studiano a memoria manuali e regolamenti, quelli che sembrano una pagina di Faq.
Iniziamo ad imbatterci in questi leader dell’affanno già dalle scuole dell’obbligo, ma quasi non ci facciamo caso, tendiamo a non dar loro peso. E’ dall’università che essi si materializzano in branco. Si appostano all’ingresso dell’aula d’esame, magari un po’ defilati, chiusi a cerchio con il chiaro messaggio di voler escludere quelli che entrano alla “o la va, o la spacca”; ma al tempo stesso proprio quella forma nidificata del gruppo fa si che il messaggio da veicolare sia “noi possediamo il Santo Graal”.
Dalla formazione a testuggine si staccano sovente dei messaggeri  o pseudo infiltrati che hanno il compito di instillare nel resto degli ignari sopraggiunti, dubbi, ansie, paure, l’idea di aver commesso mancanze e imprecisioni, che inevitabilmente porteranno il soggetto in questione all’autodistruzione.
Lo scopo è uno solo: accrescere il numero di coloro che andranno ad elemosinare informazioni, cercheranno di captare segnali per poi decidere di fustigarsi o abbandonare l’aula.

Sia chiaro che questi veri e proprio gruppi dell’ansia sono composti prevalentemente da persone che si riuniscono fisicamente o virtualmente in vista di un evento in cui in genere è prevista un’ammissione o una valutazione.
Eh si perché mentre un tempo queste riunioni massoniche si componevano eccezionalmente prima di un esame, una prova o un concorso, ora seminano terrore soprattutto su Facebook. Ed è lì che danno il loro meglio.
Facebook è il loro terreno fertile, quello in cui l’ansia si propaga più di quanto si propagherebbe una macchia d’olio sulla tua camicetta nuova (magari il giorno stesso dell’esame).
Ho elaborato l’angoscia che mi danno questi gruppetti sadici proprio stamattina, quando dopo essermi iscritta qualche giorno fa ad un gruppo categoricamente chiuso su Facebook, ho deciso di disiscrivermi.
Ho capito che io sono una alla “o la va, o lo spacca” e sono sempre stata così, in tutto.

A farmi prendere coscienza di ciò ci voleva un concorsone pubblico (cui a dir la verità sono sempre stata molto restia a partecipare), atteso, agognato, bramato e sospirato da anni, al quale con la mia mia filosofia, ho deciso di partecipare. Ho deciso di buttarmi perché penso di avere la competenza nella mansione, non tanto nel concorso, perché penso che la PA in questione se puta caso prendesse me per quel ruolo avrebbe assunto una risorsa che potrebbe dare un quid in più. Stop. So che le possibilità sono limitate, che i posti a livello nazionale sono pochi, che c’è chi potrebbe avere più conoscenze e soprattutto una preparazione teorica più alta della mia. So che il bando è formulato in maniera tale da far fuori più gente possibile, che solo Highlander l’ultimo immortale arriverà in fondo, e che ogni giorno si inventano una postilla nuova per sfrondarci e correggere meno compiti possibile.
Ma non fa niente o la va, o la spacca. Passi la preparazione, non mi sono mai tirata indietro dallo studio teorico, ho sempre cercato di captare sensazioni, gli umori dei professori, la difficoltà delle domande. Ma non ho mai messo un limite alla provvidenza.

Io se fossi uno dell’ufficio personale incaricato di assumere gente per un ruolo di funzionario dell’amministrazione, più che fare un concorso, mi intrufolerei in un gruppo di questi e andrei a guardare quello che scrivono i candidati. Non escluderei né chi non ha fatto il master né chi ha una laurea nella classe X piuttosto che Y. Escluderei chi fa domande cretine, chi va nel panico perché non capisce un requisito, per un indirizzo che non risponde o per una mail non arrivata.
Ecco io se dovessi assumere qualcuno gli farei fare una prova selettiva per saper stare al mondo, uno scritto per prendere la vita con filosofia e un orale per testare la capacità di adattamento. Escluderei a priori chi si fa i pippotti mentali e chi fa terrorismo psicologico sugli altri.
E il dottorato, quello ne terrei conto si, ma solo preso in resilienza.

Un anno a pois

Stamattina WordPress è stato il mio grillo parlante. Ma a pensarci bene anche la blogger di Bellezza rara è stata il mio grillo parlante.
WordPress mi ha mandato una mail con il report annuale del mio blog, fatto di una delicatissima grafica e un motivetto che faceva girare in sequenza le date dei miei post del 2015. Si fermano al 14 maggio e poi ricominciano in loop. E io altrettanto in loop continuavo a fissarle cominciando da capo. 2, 13, 27 gennaio e poi di nuovo tutti i mesi costantemente fino a maggio. Il mese del mio trentatreesimo compleanno. Il mese in cui, forse, non ho trovato più la leggerezza di scrivere.

La stessa leggerezza che ho trovato stamattina leggendo il post di Valentina, un post morbido e senza pretese, senza un titolo che tira le somme, morbido anch’esso: “Il 30 sera”.

Ecco il mio anno è stato un po’ tutto un “30 sera”, senza botti, a tratti sommesso, in attesa di, a tratti triste perché mi sono guardata indietro e ho visto quello che ha perso (e ho perso tanto, soprattutto in termini di presenze e affetti); ma guardo anche proprio lì davanti a me e vedo che c’è qualcuno che questo 2015 l’ha iniziato standomi accanto e lo sta finendo insieme a me, ancora più vicino, nonostante da me, in alcuni momenti di questi 365 giorni, a chiunque sarebbe venuta voglia di scappare o almeno di tapparsi le orecchie per non sentirmi, proprio come quando scoppiano i botti a Capodanno.

Quest’anno io non farò botti a Capodanno, ma ne sentirò il frastuono come mai negli anni precedenti. Dentro e fuori di me, come durante tutto l’anno. Abbraccerò per la prima volta mio padre a mezzanotte e non starò lì a cercare campo o un posto tranquillo della festa per chiamarlo (che sennò poi si preoccupa).
Mi mancherà mia madre ma la sentirò più vicina che mai e guarderò il primo cielo dell’anno nuovo sapendo che lì dietro qualche luce colorata c’è qualcuno in più che sorride guardandomi.
Penserò alle mia amiche, fide compagne delle ultime 20 notti di fine anno. Penserò ai loro brindisi, ai loro sogni, alle loro paure e ai loro occhi che brillano.

E allora se un ho un buon proposito per me o piuttosto un augurio, è di ritrovare quel piacere e quella leggerezza nello scrivere che ho sempre avuto. Unavitapois è un po’ lo specchio di me stessa, più ricco sarà il prossimo report, più io avrò avuto qualcosa da dire.
Spero di potervi raccontare di cambi di marcia inaspettati ma voluti fortemente, di posti nuovi e gioie casalinghe, di traguardi raggiunti e di conferme.

Allora auguri a Unavitapois, a me e a tutti voi!

Quando il cinema è passerella

adaline

Di film che hanno lanciato una moda ne abbiamo visti tanti. Mi viene in mente il tubino nero di Colazione da Tiffany indossato dall’icona Audrey Hepburn, solo per citarne uno. Ma in questo caso, come in tanti altri, l’abito cult era uno, come una era l’epoca a cui si ispirava.
Ci sono quei film lì e poi c’è “Adaline. L’eterna giovinezza”  o meglio c’è Blake Lively.

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Websfottò

E’ iniziata ufficialmente l’era dello Websfottò, ovvero l’epoca in cui gli addetti ai lavori gioiscono per i loro esordi francamente opinabili che fanno scatenare il web.
Il fatto che l’Italia intera si scateni di fronte a spettacoli e debutti trash, che siano essi programmi tv o siti web, fa brindare al successo ormai ministri sfidatutti, conduttori patinati e produttori vari.
Ma procediamo per gradi. Era nell’aria dalla scorsa settimana, anche se la conferma si è avuta solo venerdi : #forteforteforte il nuovo (?) talent di Miss Tuca Tuca alias Raffaella Carrà è partito in sordina altro che forte forte! Ahi voglia a cantare Ce la farò, il quartetto di giudici ce la può fare al massimo ad intonare “Nella vecchia fattoria” del Quartetto Cetra. Un programma urlato, sconclusionato, sorpassato che nulla ha da aggiungere e al contempo nulla ha da togliere alla tv italiana. Aggiunge molto invece al popolo del web. Aggiunge molto a tutti coloro che come me sono lì pronti a cinguettare a forza di live twitting.
Eh si perché nel giro di un’ora dall’inizio del programma orde di cinguettatori incalliti o sparuti twittanti del venerdì sera sono lì a far schizzare #forteforteforte in cima ai trend topic. Gli stessi che si immagineranno poi una Carrà affranta a cui si ammosceranno le spalline, un Philip Plein con la corazza del giacchetto di pelle ammorbidita, un’Asia Argento a cui si sciolga il cerone alla Marilyn Manson e un Joaquin Cortes che sbatta talmente forte la scarpetta da flamenco da far venire giù il teatro.
Invece il trend è cambiato, se il programma fa flop ma Twitter ti porta al top delle tendenze sei forte, non forte forte forte, ma quanto basta per gridare vittoria.

La stessa vittoria che ha gridato il Ministro Franceschini il quale si è rallegrato per gli accessi, l’ironia e le critiche a poche ore dal varo del nuovo portale dal maccheronico titolo #Verybello. Il sito web su eventi e cultura in Italia dovrebbe condurre italiani e turisti verso l’Expo, ma la versione in inglese arriverà very soon.

Last but not least
tanto per rimanere maccheronici, l’exploit della prima puntata dell’Isola dei Famosi targata Mediaset. Se fosse stata targata Tele Maremma capivo pure, con i naufraghi che da Piombino dovevano raggiungere Capraia e la conduttrice fosse stata prestata dall’ultimo rodeo di butteri , ma qui stiamo parlando di quello che avrebbe dovuto essere il programma di punta della programmazione invernale di Mediaset e si è trasformato in un penoso quanto imbarazzante siparietto. La Marcuzzi sembrava un mimo, non faceva altro che fare facce come a dire “che volete da me, lasciatemi tornare a tubare col mio nuovo marito” e ad aizzare l’orecchio per sentire che aveva da dire quel poveraccio di Alvin che è l’unico che c’ha rimesso.  A casa eravamo tutti lì attoniti, dapprima per le scarpette da scoglio di Valerio Scanu che forse immaginava di andare a cozze a Porto Venere, e poi per l’assoluta inutilità e incapacità di fare qualcosa della Marcuzzi. Ma intanto l’hastag #Isoladeifamosi raggiungeva la vetta dei topic. Nel frattempo quella megera della Ventura lucidava le paillettes dell’ultimo vestito volgarotto dell’ultima edizione dell’isola e si autocelebrava sui social.
Era tutto piuttosto surreale, con la Venier che aveva già chiamato il ristorante per ordinare un piatto di bucatini e la Marcuzzi coi capelli fonati di corsa a testa in giù (senza neanche il diffusore). Ma lo staff dell’Isola evidentemente ci ha trovato una nota positiva, tanto da twittare per tutta la giornata di oggi frasi del tipo “Ecco i momenti più twittati ieri sera” e “Ieri sera oltre 81mila tweet per @isoladeifamosi. Una vera tempesta”.

Evvabbè, contenti voi, contenti tutti.