Tram giallo e brezza atlantica: la mia contro-guida di Lisbona

lisbona

Il primo post dell’anno lo dedico a Lisbona, una città che ho profondamente sognato e, ora che sono appena ritornata, profondamente amato. Avevo in programma, prima dell’estate, di farmi un giro del Portogallo on the road con le mie amiche, instancabili compagne di viaggio, sostando qualche giorno ovviamente nella capitale. Poi quello che di lì a breve mi avrebbe fatto capitolare mi ha fortemente sconsigliato perché secondo lui non sarebbe stata la vacanza rilassante all’insegna del mare e del sole, che invece noi cercavamo. E devo dire che un po’ aveva ragione. E poi forse questa città, i suoi miradouro romantici e quei tramonti mozzafiato da Praça do Comércio, hanno tutto un altro sapore se ammirati in coppia.

Credo che a nessuno di voi alla lettura interessi un’ulteriore guida di Lisbona, ve ne sono tantissime in commercio e altrettanti sono i post sul web. Io personalmente ho usato una Lonley Planet Poket, con la quale mi sono trovata abbastanza bene, vuoi perché era talmente piccola e leggera da non pesarmi troppo nella borsa, vuoi perché visti i pochi giorni a disposizione si è dimostrata adeguatamente smart . Unico neo, alcuni dei consigli gastronomici-culinari. Io che proprio non ci sto a toppare sui ristoranti, per la prima volta in vita mia mi sono ritrovata a nascondere cibo nel tovagliolo e cestinarlo in bagno per evitare che ogni volta il cameriere passasse a chiedermi, in portoghese, perché non avessi finito il cibo, roba che neanche mia nonna quando mi preparava il pranzo dopo la scuola elementare (forse perché non capitava mai che lo lasciassi nel piatto?!).

Sventura del primo giorno a parte devo dire che pochi sono stati i luoghi che già dopo le prime ventiquattrore mi hanno fatto sentire così integrata. Insomma arrivi che ti senti una straniera nel senso letterale del termine e magia vuole che in così poco tempo ti sembra di conoscere tutto del posto, e ciò che non conosci non hai paura di scoprirlo.
Non mi sono sottratta alle classiche cose che un turista che si rispetti deve fare, come montare e fare un giro sul famoso tram giallo, il numero 28. Io che sono impaziente di natura ho fatto quasi un’ora di fila per salirci su;  siamo persino riusciti a conquistarci i posti a sedere vicino al finestrino, insieme ad una coppia di cinquantenni cremaschi coi quali discorrevamo dei mali del nostro paese, ma appena ho potuto me la sono data a gambe. Mi sembrava sprecato essere lì seduti a scattare foto quando avremmo potuto liberamente scorrazzare per i vicoli, toccarli con mano e scoprirne altri altrettanto belli. E così da brava dittatrice tour leader, ho fatto.
Mi sarei persa per esempio il Parlamento, che come palazzo in se non è che un granché, il suo fascino lo acquista perché è talmente imponente, come vuole la tradizione per palazzi del genere in tutte le capitali del mondo, da essere unico al mondo, specie se accostato a quei vicoli ripidi con le vecchiette che vi arrancano e a una casa tutta colorata che gli strizza l’occhio in maniere quasi impertinente. Ed io ero così piccola fotografata in mezzo alle guardie impettite di fronte all’entrata!
Non sono particolarmente amante dei quartieri definiti “della vita notturna”, come San Lorenzo a Roma e il Bairro Alto a Lisbona. Suggestivo il quartiere, ma mi infastidiscono i tipi loschi che vi girano indisturbati ad offrire droga ai passanti, per lo più turisti, oppure perché no, proporre prima un ristorante e poi un po’ di bamba come la chiamano loro. Evitati accuratamente ristoranti “suggeriti” per strada, dopo un’attenta quanto fortuita ricerca, troviamo un posto che è il giusto compromesso tra l’autentica cucina portoghese e l’intimità e la ricercatezza che mi piace ci sia in un locale: la trovo in un posticino che si chiama Artis e che mi sento vivamente di consigliare.  Così come credo valga veramente la pena fare una fila simile a quella che si fa per entrare ai Musei Vaticani o agli Uffizi (io una fila così per cenare non l’avevo mai fatta, però scorre velocemente) per mangiare un pescado davvero ottimo alla Cervejaria Ramiro.

Ho ammirato uno degli ultimi tramonti più belli del 2014 dal lungofiume con lo sguardo rivolto verso il Ponte 25 aprile, che tanto, insieme ai vicoli impervi e ai tram, m’ha fatto venire in mente San Francisco e accresciuto la voglia che ho di visitarla. Ho visto la Torre di Belem in una mattinata talmente uggiosa che mi sembrava di essere tornata in Scozia anziché essere in Portogallo. Mi sono riparata al Museu Colecção Berardo e sono rimasta ammaliata, come in ogni luogo di cultura, dall’arte che vi era contenuta e dal fatto che fosse così poco rinomato. Sono entrata per la prima volta in vita mia in un grande stadio, il Da Luz, cercando di pensare a tutti coloro che tra 100 o tra 1000 anni lo visiteranno come se fosse il Colosseo. Sono ripartita con la voglia di fare una passeggiata in bici lungo il Tago e col desiderio di mangiare un Pasteis de Nata a Principe Real. C’è un motivo per cui l’ho fatto: avere la scusa per poter ritornare, magari in estate, magari facendo da tour leader ad un folto gruppo, amiche comprese.

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